PERCHE’
IL NUCLEARE NON CONVIENE ALL'ITALIA E ALL'EUROPA
di Pierluigi Adami
INTRODUZIONE
In sintesi, quattro grossi problemi ostacolano una vera ripresa dell’energia nucleare in Italia e nei paesi a libero mercato dell’energia:
i costi delle centrali nucleari (e i tempi di costruzione)
incompatibilità con gli obblighi europei (direttiva 20-20-20)
la concorrenza delle altre fonti e gli effetti dell’efficienza energetica
1.
I COSTI Tuttavia
molti analisti si concentrano sul costo overnight
ossia il costo “seccoâ€di costruzione, e non considerano l’intera
catena dei costi del nucleare (oneri finanziari, stoccaggio scorie,
smantellamento a fine esercizio ). Nei paesi
occidentali, ora che sono i privati a dover fare i conti con il
nucleare, il nodo dei costi è venuto al pettine. Ci sono state gare
pubbliche di appalto alle quali i costruttori hanno risposto con le
loro offerte di reattori “chiavi in manoâ€.
A
Olkiluoto, in Finlandia, nel 2002 fu assegnato il contratto alla
società francese Areva per un reattore EPR (la stessa tecnologia
proposta per l'Italia) da 1,6 GW, da completare in 5 anni, al prezzo
di 3,2 miliardi di euro. La compagnia elettrica finlandese TVO aveva
fatto i conti che, solo a quel costo e con quei tempi, poteva fornire
un chilowattora conveniente ai propri clienti. Per Areva era una
sfida fondamentale: il primo reattore in tutti i paesi occidentali
dopo 30 anni! Era una sfida, e l'ha persa. Il reattore, che doveva
entrare in esercizio nel 2009 non partirà – se
partirà – prima del 2013, e i costi sono
quasi raddoppiati, raggiunto i 6 miliardi di euro, a cantiere ancora
aperto. Il secondo
reattore EPR in costruzione in Francia, iniziato nel 2007, ha giÃ
accumulato 2 anni di ritardo e 1 miliardo di extra-costo (fonte:
Financial Times, 12 settembre 2010). Lo stato
dell'Ontario in Canada, dovendo rinnovare un paio di reattori ormai
obsoleti a Darlington, ha bandito nel 2008 una richiesta pubblica,
alla quale ha risposto anche Areva. Quel bando, di 1000 pagine, era
molto completo e impegnava il costruttore del reattore a una vera
fornitura “chiavi in mano†includendo tutti gli oneri spesso a
carico dello Stato. Il risultato è stato un'offerta di Areva da 21
miliardi di dollari per 2 reattori. Circa 9 miliardi di euro a
reattore: nonostante il prezzo esorbitante l’offerta è stata
rigettata perché ritenuta “incompletaâ€. L’AECL, l’azienda di
stato canadese del nucleare, ha presentato un’offerta, ritenuta
coerente alle specifiche, da ben 26 miliardi di dollari. Di fronte
agli extra-costi l’Ontario ha sospeso la gara perché troppo
onerosa (2).
Attualmente, a gara ormai scaduta, l’ipotesi più probabile è il
prolungamento di altri 20 anni della vita dei reattori. C’è da
evidenziare che sia la Finlandia sia la Francia sia il Canada sono
paesi già nucleari e che i citati siti di Olkiluoto, Flamanville e
Darlington ospitano già reattori nucleari, mentre in Italia si
dovrebbe partire da zero, con ovvi costi aggiuntivi e ulteriori
ritardi nei tempi di costruzione. A questi
livelli di costo, si ottiene un chilowattora oltre i 14 centesimi di
euro, assolutamente improponibile sul mercato elettrico (le altre
fonti sono intorno a 6 – 7 centesimi). Tutto ciò
senza considerare i costi di realizzazione di un sito di stoccaggio
definitivo delle scorie (circa 10 miliardi di euro) e lo
smantellamento a fine esercizio (circa 1 miliardo di euro a
reattore). Tra gli
addetti ai lavori si è ormai diffusa la consapevolezza che per
riuscire a rendere competitivo il chilowattora nucleare, lo Stato
deve finanziare alcuni miliardi di euro a reattore, pagati dai
contribuenti. Ma i finanziamenti pubblici sono un problema per le
norme europee (se erogati come sostegno ai costi di costruzione) e
contraddicono l'assunto iniziale del Governo, che ha sempre sostenuto
che “il nucleare conviene agli italianiâ€.
Inoltre,
un eventuale sostegno pubblico si scontra con la stessa legge che ha
rilanciato il nucleare in Italia, la 133/2008, che all’art. 7
“Strategia energetica nazionale†- nel quale annuncia la
costruzione di centrali nucleari sul territorio italiano - prescrive,
al comma 4. “Dall'attuazione del presente
articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della
finanza pubblica.†Sul tema
dei costi economici e finanziari del nucleare segnalo l'ultimo saggio
che ho scritto: Il costo finanziario del
“Rinascimento nucleare italianoâ€, 2009
e il dossier sui costi del nucleare: I
conti in tasca al nucleare
).
La
costruzione di centrali nucleari in Italia oggi, anziché favorire,
ostacolerebbe il raggiungimento degli obblighi europei previsti dalla
direttiva 20 20 20.
Il primo
obiettivo, com’è noto, è la riduzione delle emissioni di gas a
effetto serra del 20% entro il 2020. L’energia
nucleare è, in effetti, a bassa emissione di gas serra (non a
emissione zero, perché l’intero ciclo dell’uranio comporta
emissioni); tuttavia, l’eventuale costruzione di centrali nucleari
avrebbe un effetto irrilevante sul computo delle emissioni totali
italiane. Infatti, una centrale nucleare produce solo elettricità ,
mentre i gas serra si generano anche dalla mobilità , l'edilizia, la
combustione industriale, l'agricoltura, il riscaldamento ecc.
A conti
fatti, persino quattro centrali nucleari contribuirebbero a poco più
del 4% del fabbisogno energetico nazionale; inoltre, i tempi di
costruzione andrebbero, realisticamente, ben oltre il 2020 rendendo
di fatto inutile la presenza del nucleare ai fini della direttiva
europea.
L’inserimento
del nucleare comporterebbe poi un ostacolo alla diffusione delle
energie rinnovabili, in quanto i necessari investimenti sulla rete
elettrica vanno in direzione opposta, se si privilegia lo sviluppo
delle rinnovabili, oppure del nucleare.
Penalizzare
lo sviluppo delle rinnovabili significa mettere a rischio il
raggiungimento del secondo obbligo europeo e dunque è poco
conveniente per il paese. Su questo
tema, a maggio 2010 è stato pubblicato un mio articolo sul
Riformista (3).
3)
CONCORRENZA ED EFFICIENZA
Qualcuno
potrebbe obiettare che però il nucleare è strategico per garantire
l’indipendenza energetica nazionale e pertanto va introdotto ad
ogni costo.
Ma è
davvero così? Dai dati nazionali pubblicati, sembra proprio di no.
Per questi motivi: a) LA
RIDUZIONE DEI CONSUMI
Anche a
causa della crisi economica, i cui effetti si protrarranno per anni,
sono state riviste al ribasso le previsioni di fabbisogno elettrico
al 2020 e 2030. i dati nazionali sono crollati da 416 TWh a 360 TWh
al 2020.
Questo
fabbisogno al 2020 si può raggiungere con le centrali esistenti
(produzione netta 320 TWh al 2009) e il previsto e già in atto
aumento delle rinnovabili (che crescono al tasso di 10 TWh/anno).
Per dare
un'idea: 10 TWh è la produzione media di una grande centrale
nucleare. Si tratta
di una crescita energetica reale e imponente, un ottimo risultato per
il comparto industriale delle energie rinnovabili.
Sul piamo dell'efficienza, in questi
anni si stanno introducendo tecnologie sempre più efficaci per il
risparmio energetico, dalla portata straordinaria. Ad esempio,
l’introduzione della tecnologia Led nell’illuminazione, negli
schermi dei televisori e dei computer ha effetti rilevantissimi: una
lampada a Led consuma 1/20 di elettricità rispetto alle vecchie
lampadine a incandescenza, un TV a Led 1/8 dell’elettricità di un
vecchio TV. Poi c’è la diffusione degli elettrodomestici in classe
A+ e superiori.
Come altro
esempio: tutti i nuovi server per i grandi centri di calcolo
consumano ora ¼ dell’energia dei vecchi apparati. Considerando che
illuminazione, servizi e famiglie costituiscono il 30% del fabbisogno
elettrico si tratta di risparmi potenzialmente enormi. Su questi
temi, le slide di Edo Ronchi, presidente della Fondazione Sviluppo
Sostenibile, forniscono un chiaro quadro di sintesi (4).
Per
effetto delle politiche dei governi dal 2001 a oggi – anche e
soprattutto di Berlusconi – sono in costruzione parecchie centrali
a gas, con nuovi contratti di gas vincolanti per il nostro paese per
i prossimi anni. L’introduzione del nucleare produrrebbe solo un
inutile surplus energetico. A meno che non si scelga di limitare lo
sviluppo delle rinnovabili per far posto al nucleare, ma questa
sarebbe una scelta davvero insensata. Il
problema vero del nucleare è che, rispetto al 2008, quando il prezzo
del petrolio e del gas era salito alle stelle, ora il contesto
economico e di mercato è radicalmente mutato.
Proprio in
questi ultimi due anni è iniziata negli USA e in Canada l’estrazione
di gas metano da immensi, nuovi giacimenti, detti non
convenzionali, dalle rocce di scisto (5).
Si tratta di una vera rivoluzione, dalla portata incalcolabile, in
quanto i giacimenti di scisto sono molto diffusi nel mondo, negli USA
e anche in Europa; ciò comporta tra l’altro la fine della
dipendenza dal gas russo che ha molto sospinto l’ipotesi nucleare.
Sul piano
ambientale, l’attuale tecnica di estrazione del gas, a base di
immissione di acqua e acidi ad alta pressione per frantumare le rocce
di scisto, è tutt’altro che priva d’impatto ambientale; tuttavia
è comprensibile l’enorme interesse che questa nuova fonte sta
riscuotendo nelle aziende energetiche del mondo intero.
Già oggi,
per effetto di questa scoperta, il prezzo del gas è in diminuzione negli USA. Un ottimo
articolo (6)
descrive bene che cosa sta accadendo nel mercato energetico USA:
secondo molti analisti, il nuovo gas non convenzionale sta dando il
colpo di grazia al già fragile e incerto rilancio del nucleare nel
mondo.
Il
concetto stesso di “rete elettrica nazionale†è sostanzialmente
vecchio, perché finalmente si stanno attuando le norme di
liberalizzazione e internazionalizzazione introdotte in Europa sin
dagli anni ‘90.
La rete
elettrica sta diventando europea e internazionale: i singoli stati
stanno aumentando le interconnessioni, in particolare verso i
Balcani, la Turchia e l’Africa settentrionale. Gli operatori
elettrici sono ormai multinazionali, e l’energia viene venduta giÃ
oggi attraverso traders e brokers che operano a livello
internazionale. I confini nazionali contano sempre di meno. Gli
operatori compreranno l’eolico dall’Albania, dalla Turchia o
dalla Sardegna, il fotovoltaico dalla Tunisia o dalla Sicilia,
ovunque convenga.
In una
rete elettrica senza più confini, porre questioni di “indipendenza
nazionaleâ€, significa ragionare con schemi ormai superati nei
fatti.
d) LO SVILUPPO DELLE RINNOVABILI
L'impressionante
crescita tecnologica delle fonti rinnovabili, sta cambiando
radicalmente gli scenari e le previsioni fatte anche pochi anni fa.
Ancora nel
2007 in Italia si nutrivano seri dubbi sul raggiungimento degli
obiettivi europei in termini di sviluppo delle fonti rinnovabili. A
distanza di soli 3 anni, invece, l’obiettivo appare non solo
raggiungibile, ma anzi superabile. Ciò, anche in presenza
di una progressiva riduzione degli incentivi, ma a patto di continuare a investire per adeguare la rete elettrica. Il costo
dei materiali, per l’eolico e il fotovoltaico, è diminuito negli
ultimi anni, fino a giungere al clamoroso “sorpasso†annunciato a
luglio 2010 dal New York Times (7):
secondo uno studio della Duke University, il solare fotovoltaico,
sceso sotto i 16 cent di dollaro al chilowattora, ora costa meno del
nucleare, che dunque diviene la fonte più costosa in assoluto.
Oggi,
studi molto seri e attendibili, come quello dell'ECF (European
Climate Foundation), in collaborazione con l'Imperial College of
London, ritengono fattibile e praticabile una Roadmap 2050 (8)
che giunga a ridurre dell'80% le emissioni di gas serra, attraverso
un uso quasi esclusivo delle fonti rinnovabili.
Per
raggiungere tale obiettivo serve però l'impegno congiunto dei
governi a investire sulla rete elettrica da subito. Le tecnologie
necessarie sono già disponibili oggi.
È
evidente che il futuro energetico è nelle rinnobili e non nel
nucleare a fissione di uranio arricchito: di conseguenza, gli
investimenti degli stati, e in particolare dell'Italia, dovranno
tenerne conto.
La
questione delle scorie rimane il più grave e insoluto problema del
nucleare. In nessun paese al mondo si è trovato il modo per stoccare
le scorie ad alta attività (in particolare plutonio) mentre per
quelle a bassa-media attività i cosiddetti depositi geologici si
sono rivelati costosi (miliardi di euro dei contribuenti) e
sostanzialmente inaffidabili, come è accaduto per il deposito in
Germania, invaso dalle acque, o quello del Monte Yucca in Nevada,
deliberato nel 2002 e già dichiarato inadeguato e da chiudere dal
Presidente USA. Ogni anno,
ciascuna centrale nucleare divora decine di tonnellate di uranio
arricchito e lascia come scorie tonnellate di sostanze radioattive
che non si sa come stoccare. Quelle più
pericolose dimezzano la loro radioattività in ventimila anni. Nessun
contenitore, nessun luogo può garantire il loro stoccaggio in
sicurezza così a lungo.
Le
centrali attuali e quelle in costruzione nel prossimo futuro (di
generazione III+) lasciano ai posteri tale pericolosa eredità . Questa è
la verità con cui bisogna fare i conti, se si rilancerà il
nucleare.
Le
centrali di IV generazione sono di là da venire, e bisognerÃ
attendere trent’anni per avere una tecnologia industriale davvero
in grado di limitere il problema delle scorie. CONCLUSIONI: Le
centrali nucleari sono troppo onerose, dai costi cresciuti sino a
raddoppiare in pochi anni, dai tempi di costruzione troppo lunghi e
non sostenibili finanziariamente. Il
chilowattora nucleare è il più caro tra tutte le fonti energetiche:
ne risulta che il nucleare non si sostiene economicamente senza la
sovvenzione diretta dello Stato. Tutto
ciò rende l'energia nucleare non competitiva nel mercato elettrico
liberalizzato.
L’irrisolto
problema delle scorie radioattive completa un quadro negativo per le
prospettive di un rilancio del nucleare. D'altra
parte, lo straordinario progresso delle fonti alternative, ora
consente di prevedere un futuro energetico tutto rinnovabile.
L’efficienza energetica consente la riduzione dei consumi, tanto
che il nucleare porterebbe un inutile surplus elettrico.
Nel mercato energetico la concorrenza del gas è sempre più forte, con i
prezzi in ribasso dopo la scoperta dell’ingente disponibilità di
metano dai giacimenti non convenzionali. Tutti questi fattori rendono
il nucleare un'inutile e costosa forzatura, che servirebbe solo agli
interessi di certe lobby industriali e non ai cittadini. Per tutti
i motivi qui esposti, si ritiene che l'energia nucleare, troppo
costosa, politicamente rischiosa, inefficace e inquinante, non abbia
in concreto probabilità di giungere a un effettivo rilancio,
restando dunque un ambizioso ma sterile progetto industriale
supportato dal governo per esclusivi fini di propaganda.
Pierluigi Adami (c)2010
4
http://www.fondazionesvilupposostenibile.org/f/News/scenari+elettrici+/Slides_presentazione_Ronchi.pdf
7
http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/energia_e_ambiente/10_luglio_27/solare-costi-nucleare_6c3ac74a-998b-11df-882f-00144f02aabe.shtml
Ormai è condiviso che il più grande oppositore
del nucleare è la sua stessa tecnologia. Al contrario di quanto
avviene in tutti gli altri settori tecnologici, il costo del nucleare
è in continuo aumento: secondo l’ultimo report del MIT (2009, 1)
sono addirittura raddoppiati dal 2005.
Sino a qualche anno fa,
quando non c’era il libero mercato dell’elettricità , i costi del
nucleare erano oscuri, e coperti dagli ingenti investimenti pubblici
(come avviene ancora in paesi come la Cina, l’India, la Corea).
2)
INCOMPATIBILITA’ CON GLI OBIETTIVI EUROPEI
a) la riduzione dei consumi elettrici rispetto
alle previsioni 2007
b) la concorrenza del gas, la capacitÃ
produttiva e gli ordinativi di nuovi impianti
c) la nuova rete
elettrica multinazionale
d) lo sviluppo delle rinnovabili
In pratica,
nei prossimi anni e per lungo tempo, l’effetto di una maggiore
efficienza, consentirà di contenere i consumi anche in presenza di
una ripresa economica.
b) LA CONCORRENZA DEL GAS E LA CAPACITA’ PRODUTTIVA
c) LA RETE ELETTRICA MULTINAZIONALE
Su questo tema è
stato da poco pubblicato un mio commento a una sconcertante
intervista al prof. Veronesi (9).
La
recente inchiesta di Riccardo Iacona sull’inquinamento causato
dalle centrali nucleari, andata in onda domenica 19 settembre è
ricca di molti esempi concreti e inquietanti (10).