PERCHE’ IL NUCLEARE NON CONVIENE ALL'ITALIA E ALL'EUROPA

di Pierluigi Adami



INTRODUZIONE

In sintesi, quattro grossi problemi ostacolano una vera ripresa dell’energia nucleare in Italia e nei paesi a libero mercato dell’energia:

1. I COSTI
Ormai è condiviso che il più grande oppositore del nucleare è la sua stessa tecnologia. Al contrario di quanto avviene in tutti gli altri settori tecnologici, il costo del nucleare è in continuo aumento: secondo l’ultimo report del MIT (2009, 1) sono addirittura raddoppiati dal 2005.

Tuttavia molti analisti si concentrano sul costo overnight ossia il costo “seccoâ€di costruzione, e non considerano l’intera catena dei costi del nucleare (oneri finanziari, stoccaggio scorie, smantellamento a fine esercizio ).
Sino a qualche anno fa, quando non c’era il libero mercato dell’elettricità, i costi del nucleare erano oscuri, e coperti dagli ingenti investimenti pubblici (come avviene ancora in paesi come la Cina, l’India, la Corea).

Nei paesi occidentali, ora che sono i privati a dover fare i conti con il nucleare, il nodo dei costi è venuto al pettine. Ci sono state gare pubbliche di appalto alle quali i costruttori hanno risposto con le loro offerte di reattori “chiavi in manoâ€.

A Olkiluoto, in Finlandia, nel 2002 fu assegnato il contratto alla società francese Areva per un reattore EPR (la stessa tecnologia proposta per l'Italia) da 1,6 GW, da completare in 5 anni, al prezzo di 3,2 miliardi di euro. La compagnia elettrica finlandese TVO aveva fatto i conti che, solo a quel costo e con quei tempi, poteva fornire un chilowattora conveniente ai propri clienti. Per Areva era una sfida fondamentale: il primo reattore in tutti i paesi occidentali dopo 30 anni! Era una sfida, e l'ha persa. Il reattore, che doveva entrare in esercizio nel 2009 non partirà – se partirà – prima del 2013, e i costi sono quasi raddoppiati, raggiunto i 6 miliardi di euro, a cantiere ancora aperto.

Il secondo reattore EPR in costruzione in Francia, iniziato nel 2007, ha già accumulato 2 anni di ritardo e 1 miliardo di extra-costo (fonte: Financial Times, 12 settembre 2010).

Lo stato dell'Ontario in Canada, dovendo rinnovare un paio di reattori ormai obsoleti a Darlington, ha bandito nel 2008 una richiesta pubblica, alla quale ha risposto anche Areva. Quel bando, di 1000 pagine, era molto completo e impegnava il costruttore del reattore a una vera fornitura “chiavi in mano†includendo tutti gli oneri spesso a carico dello Stato. Il risultato è stato un'offerta di Areva da 21 miliardi di dollari per 2 reattori. Circa 9 miliardi di euro a reattore: nonostante il prezzo esorbitante l’offerta è stata rigettata perché ritenuta “incompletaâ€. L’AECL, l’azienda di stato canadese del nucleare, ha presentato un’offerta, ritenuta coerente alle specifiche, da ben 26 miliardi di dollari. Di fronte agli extra-costi l’Ontario ha sospeso la gara perché troppo onerosa (2). Attualmente, a gara ormai scaduta, l’ipotesi più probabile è il prolungamento di altri 20 anni della vita dei reattori.

C’è da evidenziare che sia la Finlandia sia la Francia sia il Canada sono paesi già nucleari e che i citati siti di Olkiluoto, Flamanville e Darlington ospitano già reattori nucleari, mentre in Italia si dovrebbe partire da zero, con ovvi costi aggiuntivi e ulteriori ritardi nei tempi di costruzione.

A questi livelli di costo, si ottiene un chilowattora oltre i 14 centesimi di euro, assolutamente improponibile sul mercato elettrico (le altre fonti sono intorno a 6 – 7 centesimi).

Tutto ciò senza considerare i costi di realizzazione di un sito di stoccaggio definitivo delle scorie (circa 10 miliardi di euro) e lo smantellamento a fine esercizio (circa 1 miliardo di euro a reattore).

Tra gli addetti ai lavori si è ormai diffusa la consapevolezza che per riuscire a rendere competitivo il chilowattora nucleare, lo Stato deve finanziare alcuni miliardi di euro a reattore, pagati dai contribuenti. Ma i finanziamenti pubblici sono un problema per le norme europee (se erogati come sostegno ai costi di costruzione) e contraddicono l'assunto iniziale del Governo, che ha sempre sostenuto che “il nucleare conviene agli italianiâ€.

Inoltre, un eventuale sostegno pubblico si scontra con la stessa legge che ha rilanciato il nucleare in Italia, la 133/2008, che all’art. 7 “Strategia energetica nazionale†- nel quale annuncia la costruzione di centrali nucleari sul territorio italiano - prescrive, al comma 4. “Dall'attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.â€

Sul tema dei costi economici e finanziari del nucleare segnalo l'ultimo saggio che ho scritto: Il costo finanziario del “Rinascimento nucleare italianoâ€, 2009 e il dossier sui costi del nucleare: I conti in tasca al nucleare ).


2) INCOMPATIBILITA’ CON GLI OBIETTIVI EUROPEI

La costruzione di centrali nucleari in Italia oggi, anziché favorire, ostacolerebbe il raggiungimento degli obblighi europei previsti dalla direttiva 20 20 20.

Il primo obiettivo, com’è noto, è la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 20% entro il 2020.

L’energia nucleare è, in effetti, a bassa emissione di gas serra (non a emissione zero, perché l’intero ciclo dell’uranio comporta emissioni); tuttavia, l’eventuale costruzione di centrali nucleari avrebbe un effetto irrilevante sul computo delle emissioni totali italiane. Infatti, una centrale nucleare produce solo elettricità, mentre i gas serra si generano anche dalla mobilità, l'edilizia, la combustione industriale, l'agricoltura, il riscaldamento ecc.

A conti fatti, persino quattro centrali nucleari contribuirebbero a poco più del 4% del fabbisogno energetico nazionale; inoltre, i tempi di costruzione andrebbero, realisticamente, ben oltre il 2020 rendendo di fatto inutile la presenza del nucleare ai fini della direttiva europea.

L’inserimento del nucleare comporterebbe poi un ostacolo alla diffusione delle energie rinnovabili, in quanto i necessari investimenti sulla rete elettrica vanno in direzione opposta, se si privilegia lo sviluppo delle rinnovabili, oppure del nucleare.

Penalizzare lo sviluppo delle rinnovabili significa mettere a rischio il raggiungimento del secondo obbligo europeo e dunque è poco conveniente per il paese.

Su questo tema, a maggio 2010 è stato pubblicato un mio articolo sul Riformista (3).


3) CONCORRENZA ED EFFICIENZA

Qualcuno potrebbe obiettare che però il nucleare è strategico per garantire l’indipendenza energetica nazionale e pertanto va introdotto ad ogni costo.

Ma è davvero così? Dai dati nazionali pubblicati, sembra proprio di no. Per questi motivi:
a) la riduzione dei consumi elettrici rispetto alle previsioni 2007
b) la concorrenza del gas, la capacità produttiva e gli ordinativi di nuovi impianti
c) la nuova rete elettrica multinazionale
d) lo sviluppo delle rinnovabili

a) LA RIDUZIONE DEI CONSUMI

Anche a causa della crisi economica, i cui effetti si protrarranno per anni, sono state riviste al ribasso le previsioni di fabbisogno elettrico al 2020 e 2030. i dati nazionali sono crollati da 416 TWh a 360 TWh al 2020.

Questo fabbisogno al 2020 si può raggiungere con le centrali esistenti (produzione netta 320 TWh al 2009) e il previsto e già in atto aumento delle rinnovabili (che crescono al tasso di 10 TWh/anno).

Per dare un'idea: 10 TWh è la produzione media di una grande centrale nucleare.

Si tratta di una crescita energetica reale e imponente, un ottimo risultato per il comparto industriale delle energie rinnovabili.

Sul piamo dell'efficienza, in questi anni si stanno introducendo tecnologie sempre più efficaci per il risparmio energetico, dalla portata straordinaria. Ad esempio, l’introduzione della tecnologia Led nell’illuminazione, negli schermi dei televisori e dei computer ha effetti rilevantissimi: una lampada a Led consuma 1/20 di elettricità rispetto alle vecchie lampadine a incandescenza, un TV a Led 1/8 dell’elettricità di un vecchio TV. Poi c’è la diffusione degli elettrodomestici in classe A+ e superiori.

Come altro esempio: tutti i nuovi server per i grandi centri di calcolo consumano ora ¼ dell’energia dei vecchi apparati. Considerando che illuminazione, servizi e famiglie costituiscono il 30% del fabbisogno elettrico si tratta di risparmi potenzialmente enormi.
In pratica, nei prossimi anni e per lungo tempo, l’effetto di una maggiore efficienza, consentirà di contenere i consumi anche in presenza di una ripresa economica.

Su questi temi, le slide di Edo Ronchi, presidente della Fondazione Sviluppo Sostenibile, forniscono un chiaro quadro di sintesi (4).


b) LA CONCORRENZA DEL GAS E LA CAPACITA’ PRODUTTIVA

Per effetto delle politiche dei governi dal 2001 a oggi – anche e soprattutto di Berlusconi – sono in costruzione parecchie centrali a gas, con nuovi contratti di gas vincolanti per il nostro paese per i prossimi anni. L’introduzione del nucleare produrrebbe solo un inutile surplus energetico. A meno che non si scelga di limitare lo sviluppo delle rinnovabili per far posto al nucleare, ma questa sarebbe una scelta davvero insensata.

Il problema vero del nucleare è che, rispetto al 2008, quando il prezzo del petrolio e del gas era salito alle stelle, ora il contesto economico e di mercato è radicalmente mutato.

Proprio in questi ultimi due anni è iniziata negli USA e in Canada l’estrazione di gas metano da immensi, nuovi giacimenti, detti non convenzionali, dalle rocce di scisto (5). Si tratta di una vera rivoluzione, dalla portata incalcolabile, in quanto i giacimenti di scisto sono molto diffusi nel mondo, negli USA e anche in Europa; ciò comporta tra l’altro la fine della dipendenza dal gas russo che ha molto sospinto l’ipotesi nucleare.

Sul piano ambientale, l’attuale tecnica di estrazione del gas, a base di immissione di acqua e acidi ad alta pressione per frantumare le rocce di scisto, è tutt’altro che priva d’impatto ambientale; tuttavia è comprensibile l’enorme interesse che questa nuova fonte sta riscuotendo nelle aziende energetiche del mondo intero.

Già oggi, per effetto di questa scoperta, il prezzo del gas è in diminuzione negli USA.

Un ottimo articolo (6) descrive bene che cosa sta accadendo nel mercato energetico USA: secondo molti analisti, il nuovo gas non convenzionale sta dando il colpo di grazia al già fragile e incerto rilancio del nucleare nel mondo.

c) LA RETE ELETTRICA MULTINAZIONALE

Il concetto stesso di “rete elettrica nazionale†è sostanzialmente vecchio, perché finalmente si stanno attuando le norme di liberalizzazione e internazionalizzazione introdotte in Europa sin dagli anni ‘90.

La rete elettrica sta diventando europea e internazionale: i singoli stati stanno aumentando le interconnessioni, in particolare verso i Balcani, la Turchia e l’Africa settentrionale. Gli operatori elettrici sono ormai multinazionali, e l’energia viene venduta già oggi attraverso traders e brokers che operano a livello internazionale. I confini nazionali contano sempre di meno. Gli operatori compreranno l’eolico dall’Albania, dalla Turchia o dalla Sardegna, il fotovoltaico dalla Tunisia o dalla Sicilia, ovunque convenga.

In una rete elettrica senza più confini, porre questioni di “indipendenza nazionaleâ€, significa ragionare con schemi ormai superati nei fatti.


d) LO SVILUPPO DELLE RINNOVABILI

L'impressionante crescita tecnologica delle fonti rinnovabili, sta cambiando radicalmente gli scenari e le previsioni fatte anche pochi anni fa.

Ancora nel 2007 in Italia si nutrivano seri dubbi sul raggiungimento degli obiettivi europei in termini di sviluppo delle fonti rinnovabili. A distanza di soli 3 anni, invece, l’obiettivo appare non solo raggiungibile, ma anzi superabile. Ciò, anche in presenza di una progressiva riduzione degli incentivi, ma a patto di continuare a investire per adeguare la rete elettrica.

Il costo dei materiali, per l’eolico e il fotovoltaico, è diminuito negli ultimi anni, fino a giungere al clamoroso “sorpasso†annunciato a luglio 2010 dal New York Times (7): secondo uno studio della Duke University, il solare fotovoltaico, sceso sotto i 16 cent di dollaro al chilowattora, ora costa meno del nucleare, che dunque diviene la fonte più costosa in assoluto.

Oggi, studi molto seri e attendibili, come quello dell'ECF (European Climate Foundation), in collaborazione con l'Imperial College of London, ritengono fattibile e praticabile una Roadmap 2050 (8) che giunga a ridurre dell'80% le emissioni di gas serra, attraverso un uso quasi esclusivo delle fonti rinnovabili.

Per raggiungere tale obiettivo serve però l'impegno congiunto dei governi a investire sulla rete elettrica da subito. Le tecnologie necessarie sono già disponibili oggi.

È evidente che il futuro energetico è nelle rinnobili e non nel nucleare a fissione di uranio arricchito: di conseguenza, gli investimenti degli stati, e in particolare dell'Italia, dovranno tenerne conto.



LA QUESTIONE DELLE SCORIE

La questione delle scorie rimane il più grave e insoluto problema del nucleare. In nessun paese al mondo si è trovato il modo per stoccare le scorie ad alta attività (in particolare plutonio) mentre per quelle a bassa-media attività i cosiddetti depositi geologici si sono rivelati costosi (miliardi di euro dei contribuenti) e sostanzialmente inaffidabili, come è accaduto per il deposito in Germania, invaso dalle acque, o quello del Monte Yucca in Nevada, deliberato nel 2002 e già dichiarato inadeguato e da chiudere dal Presidente USA.

Ogni anno, ciascuna centrale nucleare divora decine di tonnellate di uranio arricchito e lascia come scorie tonnellate di sostanze radioattive che non si sa come stoccare.

Quelle più pericolose dimezzano la loro radioattività in ventimila anni. Nessun contenitore, nessun luogo può garantire il loro stoccaggio in sicurezza così a lungo.

Le centrali attuali e quelle in costruzione nel prossimo futuro (di generazione III+) lasciano ai posteri tale pericolosa eredità.

Questa è la verità con cui bisogna fare i conti, se si rilancerà il nucleare.

Le centrali di IV generazione sono di là da venire, e bisognerà attendere trent’anni per avere una tecnologia industriale davvero in grado di limitere il problema delle scorie.
Su questo tema è stato da poco pubblicato un mio commento a una sconcertante intervista al prof. Veronesi (
9).
La recente inchiesta di Riccardo Iacona sull’inquinamento causato dalle centrali nucleari, andata in onda domenica 19 settembre è ricca di molti esempi concreti e inquietanti (
10).


CONCLUSIONI: Le centrali nucleari sono troppo onerose, dai costi cresciuti sino a raddoppiare in pochi anni, dai tempi di costruzione troppo lunghi e non sostenibili finanziariamente. Il chilowattora nucleare è il più caro tra tutte le fonti energetiche: ne risulta che il nucleare non si sostiene economicamente senza la sovvenzione diretta dello Stato. Tutto ciò rende l'energia nucleare non competitiva nel mercato elettrico liberalizzato. L’irrisolto problema delle scorie radioattive completa un quadro negativo per le prospettive di un rilancio del nucleare. D'altra parte, lo straordinario progresso delle fonti alternative, ora consente di prevedere un futuro energetico tutto rinnovabile. L’efficienza energetica consente la riduzione dei consumi, tanto che il nucleare porterebbe un inutile surplus elettrico. Nel mercato energetico la concorrenza del gas è sempre più forte, con i prezzi in ribasso dopo la scoperta dell’ingente disponibilità di metano dai giacimenti non convenzionali. Tutti questi fattori rendono il nucleare un'inutile e costosa forzatura, che servirebbe solo agli interessi di certe lobby industriali e non ai cittadini.

Per tutti i motivi qui esposti, si ritiene che l'energia nucleare, troppo costosa, politicamente rischiosa, inefficace e inquinante, non abbia in concreto probabilità di giungere a un effettivo rilancio, restando dunque un ambizioso ma sterile progetto industriale supportato dal governo per esclusivi fini di propaganda.

Pierluigi Adami (c)2010